Quando nasci a Brescia e ci vivi per cinque anni, ti trasferisci in provincia di Foggia (Torremaggiore) e ci stai per quasi quindici anni, fai l’università in Abruzzo e poi a quasi trent’anni ti trasferisci con la tua fidanzata (molisana) in Toscana, puoi considerarti solamente uno schifosissimo ibrido (della lingua italiana). La gente che ti incontra per strada non capisce da dove vieni e che lingua parli, e spesso nemmeno tu sai esattamente che accento hai. Ovviamente il “tu” sono io; il terribile ibrido.

Quando vai a vivere davvero in un posto nuovo, per un po’ di tempo, una delle prime cose che impari a fare è certamente “ascoltare”. Perché nonostante la lingua italiana sia una e unica, anche spostandosi tra due paesini a pochi chilometri di distanza si finisce per apprezzare qualcosa che va oltre quello che ci insegnano maestre e libri sin dai primi anni di scuola. Nel momento in cui ti sposti più a nord, dall’altra parte dell’Appennino, sull’altro mare (il mio è sempre stato l’Adriatico) e per di più in una città storicamente portuale, ascoltare diventa ancor più fondamentale.

È ancora troppo presto per scrivere qualcosa sulla città e sulla gente (in ogni caso lo farò), ma probabilmente questo mese (eh sì, è già passato un mese!) è bastato per capire – un minimo! – le basilari abitudini linguistiche dei livornesi, del tutto “nuove” al sottoscritto. Un po’ di ignoranza non fa mai male, soprattutto se vi si fa subito qualcosa per rimediare.

A Livorno impari a familiarizzare immediatamente con la gorgia toscana (non così esasperata come credevo), la classica “C” che nell’immaginario collettivo sembra sparire in più o meno ogni occasione ma che invece tende ad essere assorbita esclusivamente quando precede vocali non accentate (non tutte e non sempre). Scopri che i livornesi non sono assolutamente in grado di utilizzare il presente congiuntivo in maniera adeguata e che pure molti semplici indicativi imperfetti sono tutt’altro che perfetti (!). Non si capisce bene perché la “L” e la “R” a volte vengano utilizzate una al posto dell’altra o perché la vocale “O” vada spesso a farsi benedire in favore della “U”. Sensibile pare inoltre l’influenza linguistica laziale; a volte la si percepisce meno, ma tendenzialmente è sempre presente.

Ma quello che chiunque sarebbe in grado di percepire in due minuti di conversazione con un livornese è l’autoctono “dé”, “deh” o “de’” (non saprei proprio come scriverlo); si tratta di una sorta di tuttofare presente nel parlato del livornese D.O.C., un struttura linguistica sulle cui origini si discute ancora molto di cui qui pare non si riesca davvero fare a meno. Non ha un vero significato, perché a quanto pare significa tutto e niente! Può essere usato per introdurre una frase, per chiuderla e lo si può buttare pure nel mezzo, tanto ci sta sempre bene! Lo si usa come un “sì” ma in alcuni contesti ha il compito di dare un tocco minaccioso al discorso; il frangente è dunque fondamentale e il “dé” vien plasmato in maniera diversa a seconda dei casi. Un vero mistero, seppur un qualcosa di altresì affascinante.

E quando il “dé” è preceduto (ma anche seguito) dal “boia”, altra nota abitudine linguistica toscana, son dolori. “Boia dé” è la quintessenza del labronico e, a dispetto di quello che si possa pensare, non è altro che un modo come tanti per esprimere un forte stupore. In Abruzzo sono stato abituato ad ascoltare gli immancabili “n’gulo” e “freghete” mentre nella Capitanata non si può fare a meno di inneggiare al membro maschile, sponsorizzare madri di famiglia oppure citare senza troppo senso generici defunti; qui invece, da quello che ho potuto capire in queste poche settimane, è tutto un “boia dé”.

Credo sia possibile scrivere libri su tematiche complesse come quelle cui ho accennato in questo semplice post, ma il sottoscritto non è assolutamente in grado di andare oltre. È ancora troppo presto per capirne di più e potrei aver riportato anche tantissime “fesserie”, poiché il tutto è frutto delle mie orecchie e soprattutto di quelle di Veronica, più di me a costante contatto con gli…indigeni. Spero che Livorno e i livornesi non si offendano leggendo quanto scritto; si tratta solo di una piccola analisi di un piccolo forestiero alle prese con una piccola rivoluzione della propria esistenza.

Felice di essere smentito, dé.