Ci sono giorni che non si dimenticano mai, giorni che in un modo o nell’altro – per tutti noi – è come se fossero segnati in rosso sul calendario al pari delle domeniche e di tutte le festività. Che sia per qualcosa di bello o di brutto poca importa: ognuno ha il suo calendario personale. Il mio calendario è ricco di rossi e uno di questi è il 29 giugno, giorno in cui ho sostenuto Anatomia Umana, per quanto mi riguarda l’esame universitario più complicato, sconvolgente e traumatico dell’intera “carriera” tra i corridoi della D’Annunzio.

Molti sapranno sicuramente di cosa sto parlando, altri ne avranno sentito parlare e molti altri, probabilmente (ma anche fortunatamente!), non sanno neppure di cosa si tratti. È semplicemente uno degli esami “di base” del corso di laurea in Medicina e Chirurgia, esame con il quale lo studente costruisce le fondamenta che lo accompagneranno per il resto della vita. In cosa consiste? Si studia il corpo umano in lungo e in largo, al fine di poter conoscere posizione, forma, dimensione e rapporti (più vascolarizzazione ed innervazione) di ogni singola porzione dell’organismo. Detto così può sembrare facile…ma posso assicurare che non lo è affatto.

Il corso dura tre semestri, vale decine di crediti universitari (il rapporto CFU/ore di studio fa comunque ridere) e quando l’ho fatto io era da sostenere tutto d’un fiato; volendo si poteva fare un “parzialino” dopo il primo semestre, ma era poca roba. Per preparare un esame del genere ci vogliono mesi: sono convinto che in meno di 4-5 mesi (studiando ogni santissimo giorno, dalla mattina alla sera, senza sosta) sia impossibile arrivare preparati all’appello. Io ci ho messo di più, ma questa è un’altra storia. C’è bisogno di libri che ti spiegano tutto per fila e per segno, immagini con le quali aiutarsi (ma anche modelli 3D) e, soprattutto, tanta memoria. Ognuno deve trovare la sua strada, perché la quantità di nozioni da imparare è impressionante e non esiste un vero e proprio metodo di studio; Anatomia Umana è mondo a parte.

In poche settimane impari ad odiare Frank Henry Netter, così come tendi a odiare gli autori dei capitoli più ingarbugliati del trattato che ti costringono a studiare; col tempo fai schemi su schemi (io li custodisco ancora con molto orgoglio), disegni su disegni (probabilmente sarei ancora in grado di rappresentare una sezione di mesencefalo, chissà!) e pure impensabili riassunti. Alla fine ti ritrovi davanti al professore che ti sembra di non sapere una beata mazza ma, se hai trovato il tuo metodo, ce la fai.

Ricordo il mio esame. La prima la parte con l’assistente (che si occupava principalmente di splancnologia) fu abbastanza facile, con domande piuttosto “comuni” e che gran parte di noi (studenti) era tranquillamente in grado di affrontare. Il vero scoglio veniva dopo, con il professore che ti spolpava bene bene sulla neuroanatomia e/o su tutto quello che gli girava di chiederti; perché tanto dovevi sapere tutto e quindi caz…problemi tuoi se non sapevi qualcosa. In quell’esame il miei problemi sono stati, in ordine: il fornice, il nervo mediano e la zampa d’oca.

Facile no? NO.

Perché il fornice è una struttura dalla forma assurda messa nel bel mezzo del cervello (formazione interemisferica) e attraverso il quale passa di tutto (ci fu un accenno anche alle vie olfattive) mentre il nervo mediano è un nervo lunghissimo (misto) che parte dalla cavità ascellare e arriva fino alla mano. Aver dovuto descrivere vita, morte e miracoli di tutto ciò è stata probabilmente una delle cose più complicate mai fatte fino ad allora, qualcosa che – appunto – non dimenticherò mai e poi mai. Alla fine la zampa d’oca (nient’altro che una formazione tendinea che si viene a creare a livello tibiale per la “fusione” di tre diversi tendini di altrettanti muscoli della coscia) fu il minore dei problemi: era una domanda “classica” e non ci furono grossi problemi. La cosa importante, comunque, era esserne usciti sani e salvi, pur con un voto che non rispecchiava affatto il carico di studio dei mesi precedenti.

In ogni caso, sia maledetto il fornice.