Non sono mai stato uno di tante parole. Allo stesso tempo penso di essere uno che di parole ne dice poche, ma buone.

Quando per la prima volta nella vita decidi che veramente è giunto il momento di mettere anima e corpo in una nuova avventura, forse capisci che sei cresciuto davvero. Non si può sperare di diventare un medico; fino a quando non ci si convince davvero di voler fare il medico – e solo questo – non si ha la minima possibilità di successo. Ne sono certo, perché l’ho vissuto.

La scuola di medicina è una scuola di vita. Per quanto possa essere imperfetta, straziante e a volte ingiusta, è un qualcosa che ti segna in maniera indelebile. Si parte che si è una persona e si arriva ad esserne una totalmente diversa; non sta a me dire se migliore o peggiore, ma certamente si è una persona nuova. All’inizio credi di sapere tutto, alla fine sei certo di saperne ben poco; all’inizio il camice ti fa volare con l’immaginazione, alla fine quello stesso camice pesa più di un orso polare sulle spalle.

Quando sconfiggi mostri mitologici come Anatomia Umana, Fisiologia e Anatomia Patologica, ti rendi conto di come nulla sia impossibile e ti convinci ancor di più di quanta passione ci voglia per fare determinate cose. In tutti questi anni ci sono state decine e decine di occasioni in cui “gettare la spugna” sarebbe stata la migliore cosa da fare; il “problema” è che l’idea di mollare tutto non ti è mai passata davvero per la testa ed è in quei momenti che ti accorgi di quanta follia e passione ci sia in te. Nonostante le tante batoste, il giorno dopo si era solo più forti; pronti ad affrontare il mostro, la vita, con tutte le energie necessarie, ed anche di più.

La vita, tendenzialmente, è un’avventura che si affronta sempre in buona compagnia e nonostante spesso si è convinti di essere soli, alla fin dei conti quasi sempre c’è qualcuno che – vicino o lontano che sia – è lì a darti un qualche tipo di supporto. E se a dirlo è un solitario come il sottoscritto, è bene crederci. Ci vuole fortuna nel trovare le persone giuste…e io penso di essere stato molto fortunato.

La mia grande fortuna è una lei di una bellezza sconvolgente, ha una bontà d’animo unica nel suo genere ed è quanto di meglio potesse capitarmi. È la prima bambina e l’ultima donna di cui mi sono innamorato; è la bussola, il faro, la stella più luminosa del mio cielo, quella che bisogna sempre tenere come punto di riferimento anche nelle notti più buie. Veronica è una fonte inesauribile di energia di cui non si può fare a meno; da quando c’è lei tutto è cambiato e non c’è voluto molto per trasformare i sogni in realtà. Non può che essere lei la prima persona da ringraziare. Grazie di cuore. Non smettere mai di darmi tutta la forza di cui ho bisogno, perché anche se non lo darò mai a vedere, ne avrò sempre l’estrema necessità.

Sono tantissime le persone conosciute nel corso di questi lunghi ed intensi anni, ma non sono poi così tante quelle con cui ho davvero condiviso qualcosa di importante. La mia natura, forse un po’ troppo selettiva, mi ha portato a stare a contatto con “pochi ma buoni” e tra tutti i compagni di avventura non posso non ringraziare alcuni più di altri. Giovanni, Urbano, Massimo, Giuseppe (Peppetto), Marco, Giuseppe (Peppone), Federico: ognuno di voi è riuscito a donarmi qualcosa di importante e spero anche io di aver dato qualcosa a voi. Ricorderò per sempre i tempi del dream team Messico & Nudole, così come le esperienze con Camerun e Croazia; in questi anni non ci si è mai risparmiati, né sui libri né sui campi di calcetto.

Uscendo dai confini dell’università mi piacerebbe ringraziare anche qualcuno che magari mai si aspetterebbe di venir citato in queste righe, persone che per il sottoscritto hanno sempre rappresentato tanto e per le quali provo un’immensa stima oltre che un profondo sentimento di amicizia. Poco importa se per tanti motivi ci si riesce a vedere poco durante l’anno, ma personaggi – perché in questo caso dire solo “persone” sarebbe riduttivo – come Luca, Gianluca e Giovanni non posso fare a meno di considerarle più che speciali. Grazie per tutte le splendide avventure vissute assieme e per tutte quelle che verranno. Auguro – come ho sempre fatto – ad ognuno di voi il meglio, perché ve lo meritate davvero tanto e sono certo che la vita vi sorriderà; io per voi ci sarò in ogni momento.

Un caro ringraziamento non può poi non andare a tanti altri amici che mi hanno accompagnato, chi da più vicino e chi da più lontano, in questi lunghi anni: il Ground Zero dei tempi del liceo è impossibile da dimenticare e fa parte di me, quindi come non citare Stefano, Emilio, Vito, Cristiano e Alessio, amici che ti porti appresso praticamente da una vita e senza dei quali probabilmente non saresti mai riuscito a costruire parte del tuo modo di essere. Un ringraziamento particolare va anche a Vincenzo (e tutta la sua famiglia), anch’egli amico su cui contare sempre, a maggior ragione dopo tanti anni da carissimo coinquilino. Grazie mille anche a Giuseppe e Valentina, splendidi amici che sono stati – insieme – un vero punto di riferimento in un periodo piuttosto convulso della mia vita e che per non so quale motivo ho un po’ messo da parte. Grazie a tutti voi.

Impossibile poi non ringraziare la mia famiglia molisana, partendo da Napoleone e finendo con la piccolissima Muriel. Sono stato accolto come un figlio e spero di non deludere mai la fiducia che ognuno di loro ha sempre dimostrato di avere nei miei confronti. Un ringraziamento particolare è d’obbligo per Pina (e tutta la sua immensa bontà), Domenico e per Jacopo, piccola peste bianconera che più di tutti ho visto crescere. Grazie mille.

Un ringraziamento del tutto speciale va a Roberto, Emanuele e Gianfranco, i quali negli ultimi anni hanno garantito al sottoscritto la possibilità di scrivere – per pura passione – su testate di rilevanza nazionale in tema di elettronica di consumo. Grazie per aver capito e accettato il mio stato di “studente di Medicina” e, soprattutto, per non avermi mai messo da parte, anche nei lunghi periodi lontani dalla tastiera. Grazie, grazie e grazie.

Tornando alla mia lunga esperienza tra i corridoi dell’Università G. D’Annunzio di Chieti, è doveroso ringraziare sentitamente – e prima di tutti – la professoressa Beatrice Feragalli per l’estrema disponibilità dimostrata nei miei confronti al momento della preparazione della tesi in oggetto, così come il professor Marco Dolci, cui devo molto per il suo essersi messo a mia piena disposizione soprattutto nelle ultimissime fasi del lavoro. Grazie infinitamente per la professionalità e per la grande umanità dimostrata. Non è da tutti.

Questo capitolo della mia vita non può però chiudersi senza prima aver ringraziato con ogni forza a disposizione chi ha reso materialmente possibile il coronamento di un sogno: mamma e papà. Nonostante la distanza e tutte le difficoltà di questi anni, non avete mai smesso di supportarmi e avete sempre fatto il tifo per me, sebbene la gran parte del resto del mondo non avrebbe mai puntato una lira sulle possibilità di successo del sottoscritto. Ci ho messo tempo ma ce l’ho fatta; ed è impossibile negare quanto voi abbiate contribuito alla mia realizzazione. Sicuramente non sono il figlio perfetto, ma finalmente credo di aver fatto qualcosa che vi renda davvero fieri di me. Chiedo scusa per tutte le volte in cui vi ho fatto arrabbiare e per qualche “colpo di testa” di troppo (non poi così tanti però!); grazie per tutto quello che avete fatto, per quello che fate e per quello che sicuramente farete. Grazie alla mia sorellina Roberta, che sin da piccola ha sempre cercato di proteggermi da ogni sorta di pericolo: siamo cresciuti bene e ora non ho più bisogno che tu morda a destra e a sinistra per difendermi da chissà chi o cosa. Grazie a nonna Carla, zietta Marisa, zio Gino, zietta Lucilla, zio Cristian, Mario, Piera, Cinzia e grazie a tutti miei cugini – di ogni grado, nessuno escluso – che ho visto nascere e crescere; perché essere “il primo” è bello anche per questo. Grazie anche ai nonni che non ci sono più: spero un giorno di poter essere “grande” come voi.

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, infine, ringrazio me stesso.

Vittorio Romano Barassi