Sabato 5 agosto, ore 22.40, Taverna di Pulcinella, Pisa. Il sottoscritto caccia dalla tasca il buonissimo Sony Xperia XZ Premium inviatomi in prova in questo periodo, apre l’app RaiPlay e fa partire lo streaming in diretta dei campionati mondiali di atletica leggera del 2017. Il motivo? Alle 22.45 ci sarebbero stati gli ultimi 100 metri piani “ufficiali” di Usain Bolt, l’uomo più veloce del mondo, capace otto anni prima di correre la famosa distanza in 9.58 secondi.

La semifinale delle 20.19 era andata così così. Partenza orribile (più del solito), accelerazione non del tutto convincente, allungo abbastanza contratto e arrivo apparentemente “controllato”. Secondo, ma incollato al primo con tanto di ghigno sornione come a dire “in finale sarà tutto diverso”. Tutto normale. Il solito Bolt sbruffone. Eppure quella corsa non mi ha convinto affatto così come non avrà convinto nessuno di quelli che – come me – hanno avuto l’onore e il piacere di assistere in diretta a tutte le più grandi prestazioni del fulmine giamaicano.

L’atletica leggera mi ha sempre affascinato e da bambino ricordo con tanta gioia le gare dei Giochi della Gioventù, gli allenamenti a scuola ed al campo sportivo, così come gli stranissimi allenamenti in spiaggia (a giugno e a settembre, quando di ombrelloni non ce n’erano) che il buon Lino “somministrava” al sottoscritto e soprattutto a Gianluca (figlio cresciuto a pane ed esercizio fisico, ed è venuto su bene): corse veloci, corse ad “ostacoli”, salto in lungo, salto triplo, ma ricordo pure improvvisati lanci del peso. Insomma, uno spasso per due bambini, peraltro abbastanza predisposti per ogni tipologia di sport.

I 100 metri piani sono senz’altro la specialità che più mi ha affascinato negli anni; ho sempre visto questa disciplina come un incredibile mix tra genetica, talento, tecnica, intelligenza ed allenamento, convinzione che poi – crescendo – si è ovviamente consolidata. Per correre veloce ci vuole il fisico giusto, fisico che deve essere allenato nel modo giusto; ci vuole una predisposizione naturale, ci vuole equilibrio a livello mentale e per fare la differenza bisogna studiare e lavorare su ogni singolo dettaglio. Si deve provare e riprovare l’uscita dai blocchi di partenza, si deve curare al massimo la fase di spinta/accelerazione e una volta arrivati alla velocità massima (che solitamente si raggiunge poco dopo la metà della distanza) bisogna trovare il modo di perdere meno velocità rispetto a tutti gli avversari. Questo in “estrema sintesi”.

Usain Bolt, per chi non lo conoscesse, è un velocista alquanto anomalo, così “strano” da aver riscritto la storia dell’atletica leggera. È un ragazzone del 1986 alto quasi due metri (196 cm) che corre in un modo che mai si era visto prima; velocisti così alti non ne sono mai esistiti e per questo motivo agli inizi della sua carriera da PRO il giovane Usain faceva sì impressione (per la stazza) ma nessuno avrebbe mai scommesso un centesimo sulla sua splendente storia sportiva. Fino ai suoi 21 anni era solo un velocista come tanti, un duecentista di buon livello che faceva i 100 metri in 10.03, ma che per arrivare a quel risultato sembrava fare una fatica immensa. Era sgraziato, macchinoso, contratto e lo si si notava ancor di più nella seconda parte dei 200 metri; per sua stessa ammissione lavorava pochissimo sulla tecnica e correva così come si poteva correre su una qualsiasi spiaggia bianca giamaicana. Oltretutto faceva una dieta pessima. E tutto questo, nonostante il gran fisico, la predisposizione naturale e il talento, gli impediva il salto di qualità.

Tra il 2007 e il 2008 – anno delle Olimpiadi di Pechino – Bolt ha deciso di “svoltare”: ha rivoluzionato il suo metodo di allenamento e ha incominciato a mangiare da vero atleta. Il risultato? In un anno è passato da 10.03 a 9.69 secondi nei 100 metri e da 19.75 a 19.30 secondi nei 200 metri. Ha ottimizzato la partenza (sempre un handicap per lui), ha sviluppato i primi appoggi (vederli al rallentatore è pura poesia), ha reso perfetto l’allungo fino ai 60 metri e ha imparato a gestire alla grande gli ultimi 40 metri. I suoi numeri: 41 passi e quasi 2 metri e mezzo per passo di media quando tutti gli avversari fanno almeno 3-4 passi in più. Un alieno.

La finale dei 100 di Pechino è la gara che ricordo di più tra tutte: buona partenza, accelerazione mostruosa, primo sin dai 50 metri e dagli 80 metri era già con le braccia larghe ad esultare. Un capolavoro bissato esattamente un anno dopo con il 9.58 di Berlino, forse l’unica gara in cui ha corso davvero 100 metri su 100. Che dire poi dei 200 metri? Il record di Johnson (19.32 secondi, se avete voglia andate a vedere che corsa fantastica aveva quell’uomo) resisteva da Atlanta 1996 e prima c’era il 19.72 del nostro Mennea, del 1979; Bolt ha fatto prima 19.30 e un anno dopo 19.19, risultato quest’ultimo destinato a perdurare per moltissimi anni ancora. I 200 erano la sua gara. Le esultanze dopo i record lo hanno sempre confermato.

Nel 2010 il cambio di regolamento, nel 2011 la squalifica in finale dei 100 ai mondiali per falsa partenza (ma 19.40 nella finale dei 200 metri) e nel 2012 un nuovo tris di medaglie d’oro olimpiche con 9.63 nei 100, 19.32 nei 200 e non so che tempo nella staffetta 4×100 (mi sa che corse la sua terza frazione lanciata in qualcosa come 9.20, ma non ci metterei la mano sul fuoco). Nel 2013 vince ancora tutto lui ma nel 2014 si infortuna e da lì sembra non essere più lo stesso: vince a stento i mondiali del 2015 (un centesimo, ma ha vinto lui) e decide di puntare tutto sulle Olimpiadi di Rio del 2016, a 30 anni le terze e ultime della sua carriera. Ricordo quel 14 agosto: non so bene che ore fossero ma ero a Termoli e con Veronica e – credo – Mario stavamo tornando alla macchina; come questa volta presi lo smartphone e lanciai l’applicazione RAI per vedere Bolt correre e vincere in 9.81. Una goduria, ma è stata una gara agrodolce: più fatica del solito per un atleta ormai “scarico” (fisicamente e mentalmente).

L’altro giorno gli ultimi 100 metri della sua carriera (tra qualche giorno arriverà la staffetta). Veronica ha immediatamente sentenziato “È l’ultima…secondo me non vince!” e io ho subito risposto “Vince lui, non ce ne sono come lui”. Alla fine ha avuto ragione Veronica; come lui non ce ne sono ma Bolt ha perso nei suoi ultimi 100 metri ed è arrivato terzo; pessima partenza, accelerazione molto faticosa e ultimi metri “disperati”. Con una miglior uscita dai blocchi o con altri 5 metri avrebbe vinto lui; ma i 100 metri sono questi e sono spietati.

L’inchino di Gatlin a Bolt.

Ricorderò sempre il 5 agosto 2017, giorno in cui Bolt “perse” i suoi 100 metri un’ora e un quarto prima del mio trentesimo compleanno. Ma ricorderò sempre anche tutto il resto, una storia fatta di vittorie e di record, scritta da un ragazzone del 1986 alto un metro e novantasei. Grazie mille Usain. E non farti tentare da Tokyo 2020; perché anche se hai perso proprio alla fine, te ne sei comunque andato da vincente. Come nessuno mai.