Per chi non lo sapesse, come estratto da Treccani, Ippòcrate (n. Isola di Coo, 460 a. C. circa – m. 370 a. C. circa) fu praticante e maestro di medicina in Atene e in Tessaglia e fu, secondo la testimonianza di quasi contemporanei come Platone e Aristotele, il medico più famoso della sua epoca così come, secondo quella di una tradizione che culmina in Galeno, il fondatore della medicina scientifica in Grecia. Dalle nostre parti Ippòcrate è famoso per il suo “giuramento” che nella sua versione moderna ogni medico ha il dovere morale di recitare prima di iniziare ad esercitare la professione nonché obbligo morale di rispettare fino alla fine dei suoi giorni.

Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento;
  • di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
  • di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica e promuovendo l’eliminazione di ogni forma di discriminazione in campo sanitario;
  • di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di una persona;
  • di astenermi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;
  • di promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia e sulla reciproca informazione, nel rispetto e condivisione dei principi a cui si ispira l’arte medica;
  • di attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana contro i quali, nel rispetto della vita e della persona, non utilizzerò mai le mie conoscenze;
  • di mettere le mie conoscenze a disposizione del progresso della medicina;
  • di affidare la mia reputazione professionale esclusivamente alla mia competenza e alle mie doti morali;
  • di evitare, anche al di fuori dell’esercizio professionale, ogni atto e comportamento che possano ledere il decoro e la dignità della professione;
  • di rispettare i colleghi anche in caso di contrasto di opinioni;
  • di rispettare e facilitare il diritto alla libera scelta del medico;
  • di prestare assistenza d’urgenza a chi ne abbisogni e di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente;
  • di osservare il segreto professionale e di tutelare la riservatezza su tutto ciò che mi è confidato, che vedo o che ho veduto, inteso o intuito nell’esercizio della mia professione o in ragione del mio stato;
  • di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l’esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione.

Fantastico, no?

Come qualcuno di voi saprà il sottoscritto poco più di un mese fa ha conseguito una Laurea in Medicina e Chirurgia; dal 17 luglio sono dunque dottore in Medicina e Chirurgia, il che però non significa automaticamente che sono un medico. Per diventare medico dovrò aspettare fino al 15 febbraio 2018, prima data utile per sostenere l’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione medica il quale deve essere preceduto da tre mesi di tirocinio tra ospedale e MMG. In molti queste cose le sanno, altri no, e ti danno già per medico. Io non sono ancora un medico.

La cattivissima abitudine dell’Università G. d’Annunzio di far “recitare” il giuramento di Ippocrate al candidato che nel corso di ogni singola giornata delle varie sessioni di laurea ha ottenuto il miglior punteggio (a nome di tutti i neo-laurati) è un qualcosa che ancora non riesco a spiegarmi. È chiaro che si tratta di un qualcosa di simbolico, ma sono ogni giorno più convinto che sia un qualcosa di incredibilmente inappropriato; far recitare un giuramento “morale” a dei non-medici che senso ha?

Quando capita una situazione in cui c’è bisogno di un medico, il dottore in Medicina e Chirurgia è un laico come chiunque altro; se qualcuno sta male devi fare tutto il possibile per dare una mano, chiunque tu sia, senza pensare troppo. Il giorno di ferragosto ero in spiaggia e una donna si è sentita male; i responsabili del posto hanno chiesto tramite il megafono se ci fosse un medico sulla spiaggia e il sottoscritto, come credo giusto che sia, si è avvicinato alla donna che stava poco bene. Ma non come medico, bensì come dottore in Medicina e Chirurgia, ossia come uno qualunque che però, probabilmente, ne sapeva di più della stragrande maggioranza delle persone che c’erano intorno. Il giuramento me l’hanno fatto fare e quindi ci vado; anche se quel giuramento non vale nulla e in ogni caso ci sarei andato lo stesso.

Alla fine un medico “vero” è arrivato comunque e la situazione è stata sempre sotto controllo. La donna era un soggetto ansioso, che aspettava una chiamata importante, che la mattina aveva mangiato tantissimo e che poi aveva bevuto molto spumante freddo (!!!); un semplice episodio lipotimico. Dopo 5 minuti la donna stava già benissimo ma la sua ansia (“dottori, ci vado comunque così mi fanno un ECG…”) l’ha comunque portata a richiedere l’intervento del 118 e il successivo trasporto all’ospedale più vicino. Ma questo è un altro discorso.

Non so se nelle altre Università hanno la stessa “cattiva abitudine” della D’Annunzio, ma il giuramento prima dell’abilitazione è quanto mai inappropriato. Un dottore in Medicina e Chirurgia dovrebbe stare attentissimo a quello che fa poiché si trova in una sorta di limbo; si pensi ad una RCP: se la fai, salvi qualcuno ma gli spacchi una costa, il paziente come ringraziamento può anche denunciarti per lesioni. E sono casini. Vai poi a dimostrare che non ti sei mai dichiarato medico e che non hai esercitato in modo abusivo la professione medica!

Insomma, ‘sto Giuramento di Ippòcrate fatecelo fare al momento giusto…non un minuto dopo la proclamazione.