Dopo l’inutile referendum della Catalogna e dopo quello ancora più insignificante di Lombardia e Veneto, in pochi parlano di quello che sta succedendo in Giappone, Paese che nei giorni scorsi è stato chiamato alle urne per decidere se riconfermare o meno l’attuale Primo Ministro Shinzo Abe. Ma non si tratta di un voto qualunque. Il mandato di Abe sarebbe terminato a fine 2018 ed è stato lo stesso Primo Ministro – con due “attributi” così – ad annunciare elezioni anticipate. Perché? Perché dall’altra parte del Mar del Giappone c’è Kim Jong-un, Leader supremo della Repubblica Popolare Democratica di Corea (già il titolo dice tutto…), che da qualche tempo minaccia di sganciare bombe atomiche sul Giappone. (e non solo)

Chi conosce un po’ il Giappone e la sua lunghissima storia sa bene che l’Impero giapponese è stato uno dei più incredibili degli ultimi secoli; i giapponesi hanno spadroneggiato in lungo e in largo nel Pacifico e tra fine ‘800 e Seconda Guerra Mondiale sono riusciti a costruire un sistema pressoché perfetto fatto di conquiste di colonie che garantivano accesso a risorse strategiche da sfruttare per perpetuare l’espansione. L’industria bellica era il fiore all’occhiello, la rete commerciale navale era super-efficiente e tutto funzionava alla grande.

Impero giapponese 1942

Fino, appunto, alla Seconda Guerra Mondiale, momento in cui il Giappone prese probabilmente la peggiore decisione della sua storia: attaccare gli Stati Uniti d’America a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, operazione Z (nome in codice) dal grandissimo successo apparente (flotta colpita al cuore) ma che non ha fatto altro che trascinare in guerra gli USA, su tutti i fronti. E gli Stati Uniti non si sono fatti pregare quando è arrivato il momento di vendicarsi: il 6 e il 9 agosto 1945, prima ad Hiroshima e poi a Nagasaki, due bombe atomiche caddero sulla testa di centinaia di migliaia di giapponesi innocenti. Avrebbero potuto distruggere Tokyo e Kyoto, ma gli USA – dopo diversi rapporti, molte riunioni e dopo pareri contrastanti – hanno virato su città di minor rilevanza storica.

Ma cosa c’entra tutto questo con le elezioni giapponesi? C’entra, perché la Costituzione giapponese, dopo la resa incondizionata del 15 agosto 1945, è stata praticamente scritta dagli USA nell’immediato dopoguerra; nel documento è stato inserito il famosissimo Articolo 9 che dice esattamente:

第九条  日本国民は、正義と秩序を基調とする国際平和を誠実に希求し、国権の発動たる戦争と、武力による威嚇又は武力の行使は、国際紛争を解決する手段としては、永久にこれを放棄する。
2  前項の目的を達するため、陸海空軍その他の戦力は、これを保持しない。国の交戦権は、これを認めない。

Sì, avete letto bene. I pochi ignoranti che invece non conoscono il giapponese (eddai, studiate un po’) possono usufruire della traduzione in lingua italiana.

Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali.

2) Per conseguire, l’obbiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, del mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.

Il Giappone quest’articolo 9 non l’ha mai amato particolarmente ma subito dopo la Seconda Guerra Mondiale non è che si potesse pretendere più di tanto; di anni però ne sono passati tanti, il Giappone è in tutt’altri rapporti con gli USA e (quasi tutto) il resto del mondo e con la Corea del Nord più agguerrita che mai si doveva sfruttare il momento. Il primo ministro Abe ha fatto tutto per bene: per eliminare l’articolo 9 si è fatto forte della situazione internazionale, ha saputo giocare alla grande con i leader di tutto il mondo e sul fronte interno ha deciso di puntare tutto sul consenso popolare (classicamente “pacifista” ma oggi spaventata).

Pur potendo restare in carica fino a dicembre 2018 ha indetto elezioni anticipate per chiedere – indirettamente, ma neanche tanto – al popolo se confermare o meno il governo; risultato finale? Nonostante lo scetticismo iniziale dei giapponesi (che non amano andare a votare troppo spesso) e il forte astensionismo, Abe ha stravinto.

La vittoria gli permetterà, potenzialmente, di restare in carica fino al 2021; con nove anni al governo, diventerebbe il primo ministro più longevo dell’intera storia giapponese. Ma soprattutto avrebbe tutto il tempo di eliminare l’articolo 9 per permettere alle Jieitai giapponesi di essere sempre pronte a contrastare ogni mossa della Corea del Nord; non si tratterebbe di un “riarmo” vero e proprio perché dopo la metà degli anni ’50 il Giappone ebbe il benestare degli USA per cominciare ad organizzare le “Forze di autodifesa” (Japan Self-Defense Forces, JSDF, conveniva a tutti) ma sarebbe il vero e proprio “atto formale” necessario al Giappone per rendere possibile – per legge – un’eventuale entrata in guerra.

Insomma, il Giappone è pronto a rinunciare alla “Rinunzia alla guerra”. Speriamo non ci sia mai il bisogno di rinunciare a nulla.

Immagine principale: Genbaku Dome di Hiroshima (Memoriale della pace) – Freedom II Andres